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14 giugno 2018   
MIO NONNO E’ UN EROE . Racconto sulla Resistenza. Premio Teramo
di Silvia D'Alonzo e Lavinia Di Marco (Classe Quarta I) Supervisione prof.ssa Silvia D'Ottavio

Era domenica, e come di rito, era il giorno della messa e del pranzo dai nonni.
Quel giorno Filippo era felicissimo, non vedeva l’ora che arrivassero le 12 per poter andare a festeggiare il compleanno della sua nonna preferita.
Durante la messa, più volte si fece richiamare dalla mamma, non faceva altro che dondolarsi sui talloni, sbuffare e lamentarsi di quanto la messa fosse lunga.
Finalmente arrivò la fine, una volta usciti il ragazzino saltò come una rana impazzita, tanto che non fu facile nemmeno tenerlo fermo nella macchina per quanto fremeva.
Una volta arrivati a casa dei nonni, si lanciò, con uno scatto degno di un corridore olimpico, tra le braccia della nonna, che lo sollevò e lo strinse in un tenerissimo abbraccio.
Poco dopo, anche il nonno uscì dalla sua stanza, ma il suo volto non era felice come quello della nonna, non era radioso come sempre.
Aveva abbozzato un sorriso, ma Filippo si era accorto con uno sguardo, che il suo nonnino era triste.
Corse da lui, lo abbracciò e, dalla sua bocca, uscirono le parole più belle che possano mai uscire dalla bocca di un ragazzo così giovane “ti prego nonno, non essere triste, oppure lo saremo tutti… e non possiamo festeggiare il compleanno della nonna con il broncio”.
Il nonno allora sorrise, prese Filippo sotto braccio e lo portò a tavola, fecero un pranzo lunghissimo. Dopo il pranzo, il nonno, come suo solito, si mise sulla sua vecchia poltrona di cuoio, con Filippo seduto di fronte a lui sul solito tavolino di mogano.
Il nonno cominciò il suo solito interrogatorio della domenica.
“Come va la scuola?” chiese, e come di routine Filippo rispose che andava tutto benissimo e che non sarebbe potuta andare meglio.
Poco dopo, innocentemente, il nipote raccontò al nonno che qualche giorno prima, a scuola, avevano parlato dei partigiani, ma non aveva capito bene cosa avessero fatto di tanto importante, né gli era ben chiaro chi fossero.
Al solo sentire quella parola lo sguardo del nonno si riempì di sentimenti contrastanti, un misto di gioia e di paura, di amarezza e di nostalgia. Il giovane, istintivamente chiese subito scusa, ma il nonno accennando un sorriso nostalgico si sollevò, lo fece sedere di fianco a lui e cominciò a raccontare.
“Caro Filippo” disse “quando ero piccolo, all’incirca come te, qui in Italia essere un bambino felice e spensierato non era così facile. C’era la guerra, la seconda guerra mondiale, la più brutta che ci sia mai stata” nel dire quelle parole gli si spezzò la voce, deglutì e subito ricominciò a raccontare, “nel 1943 c’erano degli uomini speciali, coraggiosi, erano figli, fratelli, padri e alcuni anche nonni, ma tutti avevano una cosa in comune, volevano vincere la guerra, liberare l’Italia, ecco chi erano i partigiani. Oggi, quando sei arrivato, mi hai detto di non essere triste, ma quella che hai visto, nipote mio, non era tristezza, ma il ricordo di una battaglia, la prima che questi uomini coraggiosi combatterono contro i tedeschi, ed anche la prima che i partigiani vinsero”.
“Che battaglia?” chiese il nipote, e la risposta arrivò, dopo un primo tentativo di trattenere le lacrime dietro quegli occhi anziani e stanchi.
“La battaglia di Bosco Martese” disse il vecchio “è avvenuta nel teramano, località Ceppo e oggi, il 25 settembre 2013, sono passati esattamente settant’anni. Io non c’ero, mi è stata raccontata proprio come sto facendo ora io con te”. Abbozzò un sorriso evitando di far tremare troppo la voce.
“Papà mi ha raccontato che quella battaglia fu il culmine di tanti avvenimenti, mi ha detto che qualche giorno prima, il 12 settembre, un gruppo di cittadini, guidati da Ettore Bianco, un ufficiale dei carabinieri, riuscì a disarmare una colonna motocorazzata dei tedeschi. Tra quei cittadini potevi trovare chiunque, impiegati, operai, artigiani, studenti…”. “Studenti come me?” lo interruppe il ragazzino.
“Si, però più grandi”.
“E le armi le avevano?” chiese ancora, interrompendo nuovamente il nonno, che mostrò un sorriso compiaciuto.
“Sì, in qualche modo erano riusciti a procurarsene un po’, e fu proprio questo ad alimentare la fiducia e la speranza dei cittadini, cittadini forti, pronti a combattere, e soprattutto a vincere, padri di famiglia pronti a far di tutto per garantire ai propri figli la vita migliore che potevano, mariti, che avrebbero difeso in tutti i modi la loro amata moglie, figli, che avrebbero fatto di tutto per rendere ai genitori tutti i sacrifici che avevano fatto per loro”.
“E la battaglia?”.
“Adesso ci arrivo, un po’ di pazienza; qualche giorno dopo quel grandioso evento, all’ufficiale Bianco fu ordinato di restituire le armi ai tedeschi, che, però, non si scagliarono contro il popolo che li aveva derubati e proseguirono verso Ascoli, ma non tutti furono d’accordo con questa scelta, e infatti, un uomo di nome Giovanni Lorenzini, capo dell’artiglieria, decise di fare di testa sua”.
“Ma non era pericoloso?” chiese il nipote talmente preso da sembrare quasi impaurito dal procedere del racconto.
“Certo che era pericoloso.” rispose il nonno “Ma cosa non lo è in tempo di guerra? Oltretutto c’era bisogno di correre qualche pericolo per ottenere quella grande vittoria. In fondo, spesso, per raggiungere un traguardo è necessario correre dei rischi”.
“E se poi andava a finire male?”.
“Era un altro rischio che bisognava correre, è come quando vai a giocare le partite di calcio, rischi di perdere, eppure se ti impegni vinci”.
Filippo riflettè un attimo, e annuì, dando appieno ragione al nonno, che, dopo un lungo sospiro, potè continuare a raccontare.
“Dove mi trovavo? Ah sì, Lorenzini. Quest’uomo decise di raggiungere, insieme con un gruppetto, Bosco Martese, il 19 settembre. Nel bosco trovarono altri uomini che già prima di loro avevano avuto la stessa idea, e tra di loro se la memoria non mi inganna, vi erano due fratelli, Antonio e Felice Rodomonti. Nei giorni seguenti, altri uomini ancora, arrivarono al bosco e si unirono al gruppo che cresceva in continuazione, questa volta, avevano anche preso un po’ più di armi abbandonate dai soldati tedeschi, e proprio con le loro armi li avrebbero sconfitti. Questa volta, però, non erano soli, dalla loro avevano molti soldati disertori, e alla fine arrivarono a formare un gruppo di più di mille uomini. Ripresosi d’animo, Bianco…”
“Quello che fece disarmare i tedeschi?” lo interruppe il nipote, che non voleva saltare nemmeno un dettaglio.
“Sì, proprio lui”. Rispose prontamente il nonno “Proprio lui, ripresosi d’animo prese il comando della spedizione insieme ai fratelli Rodomonti e ad un altro capo delle formazioni,
Ammazzalorso. Quando si trovarono sul campo di battaglia, però, tutto l’entusiasmo iniziale cominciò a dissolversi, si resero conto che non sarebbe stato così facile come credevano combattere contro un battaglione motorizzato di 32 automezzi. Visto che quando arrivarono i nemici, le difese non erano ancora del tutto pronte, per cercare di rallentarli, otto partigiani si scagliarono contro la colonna, ma solo uno di loro, a battaglia finita, potè avere il privilegio di rimanere in vita”.
E, a quelle parole la voce del vecchio di spezzò, le lacrime cominciarono a scendere veloci e le mani a tremare forte, il nipote, allora, cercò di calmarlo. Lo abbracciò, e gli sussurrò “Se non te la senti, non importa, ne parleremo un’altra volta”.
Ma il nonno, che voleva che il nipote conoscesse quella che era stata la sua infanzia, rispose
“Dammi cinque minuti e un fazzoletto, poi ricominciamo a parlare”.
Asciugatosi le lacrime, con gli occhi ancora lucidi e la voce non del tutto ferma riprese “Nonostante la perdita, gli uomini continuarono a combattere, e, alla fine, catturarono un comandante tedesco, un certo Hartman, e la colonna nazista battè in ritirata”.
“E che fine fecero gli uomini? Tornarono nel bosco?”.
“No, non tutti, decisero di dividersi in gruppi più piccoli, in modo da disperdersi e continuare la loro lotta. Purtroppo non tutti furono fortunati, infatti cinque uomini furono presi e uccisi dai nemici, e molti altri continuarono a vagare senza meta nel Bosco. Però, non pensare che la storia sia finita qui, come nei film, questa è solo la prima parte, la prima battaglia in campo aperto, la prima vittoria”. Si interruppe per un momento.
“Poco dopo, infatti” aggiunse il nonno con gli occhi velati di lacrime e le mani più tremolanti di prima, in un misto di nostalgia e gioia nel ricordare quegli anni in cui non aveva niente, ma a lui sembrava di avere tutto “i partigiani cominciarono a riunirsi in gruppi”.
“Come le squadre di calcio?” chiese Filippo.
“Una specie” rispose il nonno, e continuò il suo racconto “una di queste squadre, una delle più famose, prendeva il nome di Brigata Maiella, e questa, anche se non direttamente era anche la mia squadra”.
“Quindi sei stato anche tu un partigiano, nonno?”.
“No, ero troppo piccolo, ma mi sentivo parte di loro, ero considerato come una piccola mascotte. Mi piaceva aiutare per quel che potevo, con loro mi sentivo protetto”.
“E alla fine hanno vinto?”.
“Ehi! Non correre, sono storie che vanno raccontate con calma”.
Il nonno sapeva che lasciando fluire i ricordi in modo indisciplinato ed emotivo, senza mantenerne il controllo, sarebbe stato sconvolgente per il suo animo. Era necessario procedere con più distacco per consentire a suo nipote di cogliere il fine ed il senso di avvenimenti tanto importanti. Non voleva che gli sembrassero lontani ed inverosimili e men che mai voleva spaventarlo. Fu in quell' istante che prese forma il giovane viso di un ragazzino, che viveva tra i partigiani, pur essendo troppo giovane per la guerra. Poteva essere il punto di partenza per proseguire nella fase più calda del suo racconto, e darne una dimensione più comprensibile per un ragazzino. Si ripromise però di non omettere il corso degli avvenimenti: avrebbe tralasciato solo i fatti cruenti. Più volte infatti, la nonna di Filippo, sua moglie, gli aveva lanciato sguardi significativi che di volta in volta modulavano comprensione per suo marito e apprensione per ciò che suo nipote era costretto ad ascoltare. Il suo amico figlio del capitano Troilo, era il più giovane tra i partigiani della sua banda sotto il comando del padre. “Il capitano Ettore Troilo” ricominciò a raccontare riprendendo le fila dei suoi pensieri “che capeggiava uno dei tanti gruppi di partigiani della valle del Sangro, era convinto della necessità che ogni uomo d'onore portasse il suo contributo per la libertà della propria patria, ma, in quei tempi bui e pericolosi, non tutti avevano il coraggio di far propria tale tesi. Il timore di gravi rappresaglie era davvero grande. Ma per il partigiano Troilo era una condizione irrinunciabile, tanto da portare con sé, alla macchia, tra i boschi della Majella, il giovane figlio quindicenne, oltre a tutti i partigiani che, con lui, volevano sostenere la lotta disperata”. “Ma nonno, stavi per parlarmi di un ragazzo tuo amico”.
“Sì, ma voglio farti capire chi fosse e da dove provenisse il suo impegno” rispose “perché anche lui, pur così giovane, era già un piccolo eroe. Io ho parlato con lui proprio come adesso sto parlando con te. Si chiama Nicola Troilo e, a soli quindici anni, svolgeva già il delicato compito di mantenere i collegamenti tra i vari gruppi di patrioti che facevano testa al capitano Troilo. Pensa a tuo fratello, che ha quindici anni come lui, da solo per campagne, boschi e monti della Majella, con lo zaino pieno di viveri faticosamente avuti dai contadini della zona e con l'urgenza di riferire quanto di vitale importanza doveva. Spesso i dispacci, cioè i messaggi, contenevano la salvezza o il pericolo da evitare per questi uomini coraggiosi”.
“Nonno, racconta dove hai conosciuto Nicola”.
Il viso del nonno si illuminò di un sorriso, tutta la tenerezza che quel bimbo gli evocava, il nonno percepiva la sua trepida attesa.
“Quando incontrai Nicola per la prima volta, era intento ad intrecciare ramoscelli verdi per creare una cesta alla buona. Era quello che noi grandi chiamiamo ‘diversivo’. Quel cesto sarebbe stato la sua salvezza se qualche soldato tedesco lo avesse avvistato. Sì, ragazzo mio, con quel cesto faceva finta di cercare funghi. Era difficile procurarsi cibo in quei giorni, e per questo, chiunque lo avesse visto non avrebbe sospettato null'altro se non quel che vedeva: un ragazzino affamato, in cerca di funghi. Il suo fare, trasse in inganno anche me. Io portavo una pagnotta e una forma di pecorino a mio padre e ai suoi amici partigiani. Era quanto mia madre era riuscita a racimolare. Aveva chiuso tutto in una tovaglia avviluppata su se stessa, come un sacchetto annodato, poi, attorno ad un bastone che tenevo in spalla. Con me c'era il mio cane. Avrei detto a chi mi avesse fermato che i pastori mi aspettavano”.
Il vecchio, durante una breve pausa per riprendere fiato, rifletteva su quanto, nella sua esperienza di vita, fosse radicata in lui, e mai smentita dai fatti, la convinzione che fossero davvero di poco conto i sentimenti e persino l'onore di un uomo comune. Come la guerra sia sempre destinata a chi non la vuole, perché le vittime, sono sempre innocenti e inconsapevoli dei suoi perché, che celano spesso vili interessi materiali.
“Nipote mio, non pensare alla guerra come un'avventura. Nessuno dei partigiani aveva scelto la lotta armata. Tutti avrebbero voluto godere della pace, dell'amore dei loro cari e della sicurezza delle mura domestiche. Anche per Nicola è così, e prima che mi confessasse chi fosse in realtà, essendo più grande di me, riuscì a carpirmi la verità su dove mi stessi dirigendo e perché. Mio padre era un partigiano, non un pastore, e quella volta fui davvero felice di poterlo raccontare. Nicola mi piaceva, era risoluto e schietto e Flippi, il mio cane, non smetteva di scodinzolare felice per le sue carezze. Lui mi ha raccontato, in seguito, durante i nostri svariati incontri, come i partigiani, inizialmente, fossero derisi e disprezzati dalle truppe alleate che, in principio, non si fidavano di loro. Mi disse che un giorno, all'ennesimo insulto, da parte di un capitano inglese, un certo Hartley…”
“…Pensa Filippo, l'inglese diede dei ‘ladri’ ai partigiani, ed era opinione comune, tra le forze della liberazione, che tutti gli italiani fossero inaffidabili voltabandiera. Comunque, dicevo, all’ennesimo insulto, il capitano Troilo, esasperato dalle ingiurie, ribatté con disprezzo; quello scontro, però, servì a cambiare in meglio i loro rapporti. Quella volta Hartley si scusò per l'arroganza e cominciò ad assecondare le richieste dei partigiani, accettando il loro aiuto. La prima cosa di cui poterono occuparsi fu di alleviare le condizioni di vita dei numerosi profughi e degli abitanti di Casoli. Ma la più grande aspirazione dei nostri patrioti era combattere in prima linea contro gli oppressori tedeschi”.
“E chi sono i profughi? Soldati nonno?”.
“i profughi, erano – ma ci sono ancora nel mondo e arrivano anche in Italia - le vittime a cui la guerra aveva portato via tutto: affetti, casa, e ogni altro bene dei loro luoghi natii. Avevano solo conservato la vita, ma, spesso, per loro, era talmente difficile accettare la loro condizione, da rimpiangere di non averla persa”.
“Ma cosa c'entrano i profughi con i partigiani della Majella?”.
“Che impazienza Filippo! Ti ho spiegato che gli incarichi affidati ai partigiani, all'inizio, prevedevano che si occupassero della popolazione in difficoltà. Fu Nicola a raccontarmi come lui stesso cercasse di segnalare le tante difficoltà e le condizioni di emergenza perché si trovassero più in fretta le soluzioni a tanti disagi. Attraverso il loro attento lavoro sociale, i partigiani, costruirono i presupposti per conquistare la fiducia degli alleati, e, quindi, accedere agli onori delle armi”.
“Perché non combattevano ancora?”.
“Non avevano armi, dipendeva dagli inglesi accettarli o meno al fronte, dove infuriavano le vere battaglie. A determinare la svolta, in questo senso, fu l'arrivo del maggiore inglese Wigram. Egli infatti, riuscì a comprendere la grande passione e la serietà delle aspirazioni di quegli uomini, per i quali, era diventata esigenza primaria cacciare i tedeschi dal nostro paese e metter fine, definitivamente, al fascismo. Il maggiore Wigram si assunse la responsabilità personale di affidare a questi uomini di valore, azioni di guerriglia”.
“Ma cosa dovevano fare?”
“Fermare le azioni di rappresaglia feroce, che i tedeschi mettevano in atto contro la popolazione. Il comando della pattuglia italiana venne affidata al loro capitano, Ettore Troilo.
Fu allora, che nacque, ufficialmente ‘la banda dei patrioti della Majella’ a Casoli. Si trattava di un manipolo di uomini – sarebbero potuti essere molti di più - ma le forze britanniche decisero altrimenti. Ti rendi conto Filippo? Finalmente, avrebbero potuto combattere in prima linea contro il loro nemico, avevano finalmente le armi per cacciare i nazisti, dall’Italia, e ancor prima, dalla linea di fortificazione tedesca -linea Gustav - che correva da Gaeta a Ortona. Mi ricordo, che, alla notizia, mio padre pianse, fu la prima volta che lo vidi portarsi le mani agli occhi inondati di lacrime. Ricordava benissimo tutte le tappe di liberazione; dopo aver liberato l’Abruzzo i Majellini combatterono con l’ottava armata per liberare le Marche; Pesaro fu liberata il 4 dicembre del ’44; da lì si diressero a Brisighella e poi a Bologna: il 21 aprile del’45 il secondo corpo dell’armata polacca e la Brigata Majella fecero per primi il loro ingresso trionfale a Bologna! Una folla di bolognesi e non solo, in festa: al grido di Viva la Majella, ormai si rispondeva viva l’Italia!”.
“Liberazione?”.
“Sì, Filippo” rispose il nonno.
Era arrivato il momento di fermare gli eccidi di massa di italiani inermi e innocenti; ma l'uomo, si guardò bene dal tradurre in parole, questi pensieri, incomprensibili per un ragazzo così giovane. Si limitò semplicemente ad elencare le azioni militari compiute dai partigiani.
“La loro prima impresa bellica con gli alleati si svolse in contrada Salve di Casoli dove, spesso, passi anche tu, quando tua madre ti accompagna a scuola calcio. Lì, i nostri partigiani, fermarono tre autocarri tedeschi e i loro uomini, destinati ad attaccare i piccoli paesi senza difesa del circondario. L'impresa successiva, si svolse presso Colle Eugenio, ma poi, ne vennero molte altre, alcune disperate per la disparità del numero di uomini. I tedeschi erano sempre più numerosi e molto più attrezzati di armamenti. I Majellini sostennero con onore battaglie a Pineta di Lama a Corpi Santi, a Salve di Civitella, a San Giusto di Torricella, tutti luoghi che tu conosci, Filippo. Ma, portarono il loro aiuto anche in territori lontani dalla valle del Sangro. Combatterono anche a Pizzoferrato, il 15 gennaio del ‘44, al fianco degli inglesi e, proprio in quello scontro, a causa di un trucco ignobile, ordito dai tedeschi, perse la vita il nostro amico inglese, il maggiore Lionel Wigram, le cui spoglie si trovano nel cimitero canadese di Ortona. I tedeschi, asserragliati in una villa del paese, fecero finta di arrendersi ai nostri e, quando questi uscirono allo scoperto, pensando alla ritirata di quelli, i nemici aprirono il fuoco. Molti non fecero ritorno alla base, tra questi, anche il maggiore inglese, che per la Brigata era come un fratello: era stato il primo straniero fra gli alleati a darci fiducia. Comunque, la banda di patrioti, alla fine, ebbe la meglio sui tedeschi, battendosi strenuamente, fino al maggio del 1945, con la forza dell’unica verità: liberare l’Italia, non solo l’Abruzzo, dal nazifascismo. Deposero le armi solo quando ebbero la certezza della fine della guerra e, della totale liberazione del territorio italiano: il 15 luglio del ’45 si sciolse la Brigata. Quanto ti sto dicendo, tu, puoi verificarlo da una testimonianza diretta. Filippo, hai mai notato cosa sia inciso in quella targa, un poco logorata dal tempo? Mi riferisco a quella incastonata nella palazzina di fronte alla casa del tuo compagno di scuola, Francesco”.
“In questo momento, non ricordo nonno, forse non l'ho mai letta perché non sapevo a cosa si riferisse”.
“Quella targa, Filippo, è lì per ricordarci che, la libertà di cui oggi godiamo è stata conquistata grazie al sacrificio dei nostri padri, che non possono essere dimenticati né ignorati. Quella targa, evoca il sacrificio degli eroi della resistenza, che hanno lottato per principi e valori irrinunciabili alla dignità umana e, per i quali, si sono battuti fino alla fine come eroi”. “Anche tu, nonno, sei un eroe! Come Nicola, hai fatto del tuo meglio per aiutare i partigiani ed il tuo papà. Ho un'idea nonno!”.
Dopo un abbraccio stretto stretto, corse via, per ritornare di lì a poco con un cartoncino con i colori della bandiera d'Italia dove aveva scritto “MIO NONNO E’ UN EROE”.
















BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA
• M. Patricelli, Patrioti (Storia della Brigata Majella alleata degli alleati), Ianieri Editori, 2013
• P. Secchia, F. Frassati, Storia della Resistenza (la guerra di liberazione in Italia 19431945), Volume I, Editori Riuniti, Roma, 1965
• N. Troilo, Storia della Brigata Majella 1943-1945, Mursia Editore, 2011
• https://resistenzateramana.blogspot.it/2011/12/commemorazione-della-medagliadoro.html
• https://resistenzateramana.blogspot.it/2013/09/
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