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08 novembre 2018   
All'Ist. Comp. F. E. Cangiamila, il latino come atto d'amore per le giovani generazioni.
di Tiziana Inguanta


In una società sempre più in corsa verso un futuro in competizione con quel che ci lega alle nostre stesse radici, con quel passato che ci ha generati e ci ha resi ciò che siamo oggi, i giovani sono attratti dall'idea nel nuovo, come sinonimo di migliore, e per questo travolti dall'insaziabile ricerca della novità a tutti i costi, in un continuo crescendo in cui si perde anche l'abitudine al ragionamento e l'idea del “giusto” o “sbagliato” viene data dall'uniformità, dall'omologazione ai canoni imposti e condivisi dalla massa.
Perdere l'abitudine al ragionamento ci espone a seri rischi, che mettono in repentaglio il nostro stesso benessere di oggi, ma anche del domani e della società che saremo.
In quest'ottica, quando propongo lo studio della lingua latina nella scuola media, superato l'entusiasmo del primo impatto per la novità, spesso la domanda che rimane quasi sospesa nell'aria tra me e i ragazzi è sempre la stessa: Perché il latino? A cosa serve, se non si parla più in nessuna parte del mondo, se è una lingua “morta”?
A questo punto la risposta non può ridursi a una banalità, bisogna lasciare intendere ai ragazzi, che sono abituati ad avere tutto e subito, spesso senza alcun sacrificio per ottenerlo, che invece il latino vuole restituirci la sana abitudine del ragionamento, il piacere di conquistare i risultati raggiunti, senza sconti, né scorciatoie, per farli pervenire alla convinzione che il sapere è certamente una conquista lenta che ci restituisce il passato e al passato e che è proprio da quest'ultimo che è necessario ripartire, per ritrovarsi e riscoprirsi.
Lo studio del latino, infatti, non si esaurisce nella semplice attività mnemonica, va oltre per metterci in relazione con la storia di cui siamo i figli, ci accosta ad una realtà che è tutt'altro che morta poiché vive ancora nei dialetti dei nostri nonni, nella stessa nostra lingua, che ogni volta ci stupisce per quanto sia simile allo spagnolo o al francese, perché generati dalla stessa lingua madre: il latino.
In un contesto sociale in cui la cultura del bello lascia il posto alle brutture della banalità, lo studio della lingua latina vuole anche educare a riconoscere la bellezza, anche quando essa si mostra celata dai doveri, dalla fatica, dall'impegno; è l'acquisizione di un metodo di ragionamento spendibile in tutti i campi del sapere; è la conquista di uno stile di pensiero che assurge e si rivela in stile di vita, in cui il processo mentale segue un ordine che si rivela nel pensiero e nell'essere.
Ordine e ragionamento sono due concetti da cui i nostri giovani si stanno sempre più allontanando, non sempre per colpa loro, spesso sono gli stessi adulti che, temendo di esporre i figli alle prove della vita, si sostituiscono ad essi credendo di aiutarli, piuttosto che deresponsabilizzarli; è lo stesso sistema scolastico che tende a giustificare ad ogni costo anche l'ingiustificabile, poiché siamo passati da un sistema normativo fatto di doveri e regole da rispettare, ad un sistema affettivo che analizza le cause che generano un'azione, piuttosto che i sui suoi effetti, per puntare al recupero dell'alunno attraverso azioni alternative.
Personalmente, non credo che si stia andando verso la giusta direzione, se gli attuali fatti di cronaca parlano di ragazzi che non riconoscono più i ruoli sociali e si relazionano con il mondo adulto senza il dovuto riguardo, con l'arroganza di chi non ha mai acquisito il senso del rispetto per la persona e per la vita in tutte le sue forme.
Volgere l'attenzione alle nostre origini, all'insegnamento che il passato può offrire, potrebbe rimettere a posto l'ago della bussola di una generazione di giovani che naviga in quel caos che l'impotenza e l'inadeguatezza degli adulti hanno determinato.
Credo, pertanto, che in quest'ottica l'insegnamento della lingua latina paradossalmente assurga ad atto d'amore verso le generazioni emergenti, nella certezza che solo la cultura è il vero e unico antidoto di ogni male di oggi, così come di domani e di sempre.
Essa, infatti, crea una coscienza civile, ovvero porta ad acquisire la piena consapevolezza che ogni uomo ha una dignità, tale che possa reagire di fronte a tutto ciò che possa offenderla. Se ciò non accade, la cultura ha fallito ed insieme ad essa l'uomo stesso.
Molto bello e più che adeguato, il pensiero del poeta e scrittore irlandese, William Butler Yeats:“Una lingua rappresenta la memoria collettiva «naturale» di una popolazione: se questa, per impossessarsi di un nuovo strumento linguistico, perde il contatto con il suo mezzo d'espressione più antico, diviene del tutto incapace di riconoscersi nelle proprie tradizioni: come potrà, allora, affermare la propria identità?”.
Un sentito ringraziamento va al nostro D.S. Prof. Eugenio D'Orsi, particolarmente attento all'azione educativa rivolta alle giovani generazioni e che, pertanto, ci sostiene nella nostra azione di informazione e formazione della comunità in cui operiamo.

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