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23 agosto 2018   
L'estate nella Ferrara de ?Il giardino dei Finzi Contini"
di Paola Trotti


erano seduti a tavola? Poteva darsi, anche se poi, molto presto, avevano dovuto smettere di mangiare. Forse stavano cercandomi. Forse avevano subito sguinzagliato lo stesso Otello, l'amico buono, l'amico inseparabile, dandogli l'incarico di perlustrare in bicicletta l'intera città, Montagnone e mura compresi, sicché non era per niente improbabile che di punto in bianco me lo trovassi davanti con una faccia rattristata di circostanza, però tutto felice, lui, me ne sarei accorto al primo sguardo, di non essere stato rimandato altro che in inglese. Ma no: forse, sopraffatti dall'angoscia, a un dato momento i miei genitori avevano deciso di rivolgersi direttamente alla Questura.
C'era andato il papà a parlare col questore in Castello. Mi pareva di vederlo:
balbettante, invecchiato in modo pauroso, ridotto l'ombra di se stesso. Piangeva. Eh, ma se verso l'una, a Pontelagoscuro, avesse potuto osservarmi mentre fissavo la corrente del Po dall'alto del ponte di ferro (c'ero rimasto per un bel pezzo a guardare in giù. Quanto? Almeno almeno venti minuti!), allora sì che si sarebbe spaventato... allora sì che avrebbe capito... allora sì che…
Entrai nell'atrio del Guarini. Un gruppo di ragazzi, tra i quali notai subito vari
compagni, sostava tranquillo dinanzi alla tabella delle medie. Appoggiata la bicicletta al muro, di fianco al portone d'ingresso, mi avvicinai tremante. Nessuno aveva mostrato di essersi accorto del mio arrivo.
Guardai da dietro una siepe di spalle ostinatamente voltare. La vista mi si
annebbiò. Guardai di nuovo: e il cinque rosso, unico numero in inchiostro rosso di una lunga filza di numeri in inchiostro nero, misi impresse nell'anima con una violenza e col bruciore di un marchio infuocato.
«Beh, cos'hai?» mi chiese Sergio Pavani, dandomi

«Pss.»
Mi svegliai di soprassalto.
«Pss!»
Alzai lentamente il capo, girandolo e sbattendo le palpebre. Chi mi chiamava? Otello non poteva essere. E allora?
Mi trovavo circa a metà di quel tratto delle mura urbane, lungo su per giù tre
chilometri, che comincia dal punto dove corso Ercole I d'Este ha termine per finire a Porta San Benedetto, di fronte alla stazione. Il luogo è sempre stato particolarmente solitario. Lo era trent'anni fa, e lo è ancor oggi, nonostante che a destra, soprattutto, cioè dal lato della Zona industriale, siano spuntate dal '45 in poi decine e decine di variopinte casette operaie, a paragone delle quali, e delle ciminiere e dei capannoni che fanno loro da sfondo, il bruno, cespuglioso, selvaggio sperone semidiroccato del baluardo quattrocentesco appare di giorno in giorno più assurdo.
Guardavo, cercavo, socchiudendo gli occhi al riverbero. Ai miei piedi (soltanto
adesso me ne rendevo conto), le chiome dei nobili alberi gonfie di luce meridiana come quelle di una foresta tropicale, si stendeva il Barchetto del Duca: immenso, davvero sterminato, con al centro, mezzo nascosti nel verde, le torricelle e i pinnacoli della magna domus, e delimitato lungo l'intero perimetro da un muro di cinta interrotto un quarto di chilometro più in là, per lasciar defluire il canale Panfilio.
«Ehi, ma sei proprio anche cieco!» fece una voce allegra di ragazza.
Per via dei capelli biondi, di quel biondo particolare striato di ciocche nordiche, da fille aux cheveux de lin, che non apparteneva che a lei, riconobbi subito Micòl FinziContini.
Si affacciava dal muro di cinta come da un davanzale, sporgendone con tutte
le spalle e appoggiandovisi a braccia conserte. Sarà stata a non più di venticinque metri di distanza (sufficientemente vicina, dunque, perché riuscissi a vederle gli occhi, che erano chiari, grandi, forse troppo grandi, allora, nel piccolo viso magro di bimba), e mi osservava di sotto in su.
«Cos'è che fai, là sopra? Sono dieci minuti che sto a guardarti. Se dormivi e ti ho svegliato, scusami. E... condoglianze!»
«Condoglianze? Come, perché?» borbottai, sentendo che il viso mi si copriva di
rossore.
Mi ero tirato su.«Che ora è?» chiesi, alzando la voce.
«Io faccio le tre» disse, con una graziosa smorfia delle labbra. E poi: «Immagino che avrai fame.»
Rimasi di stucco. Dunque sapevano anche loro! Per un attimo giunsi a credere che la notizia della mia sparizione l'avessero avuta da mio padre o da mia madre: per telefono, come, certo, infinita altra gente. Ma fu Micòl stessa a rimettermi prontamente in carreggiata.
«Stamattina sono andata al Guarini insieme con Alberto. Volevamo vedere i
quadri. Ci sei rimasto male, eh?»
«E tu, sei stata promossa?»
«Ancora non si sa. Forse aspettano, a mettere fuori i voti, che abbiano finito anche tutti gli altri privatisti. Ma perché non scendi giù? Vieni più vicino, dài, così faccio a meno di sgolarmi.»
Era la prima volta che mi rivolgeva la parola, la prima, anzi, che la sentivo parlare.

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