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10 ottobre 2018   
"Amans amens"
di Marina Gallucci

Scorre ormai placido il limpido fiume,
lo ammira un cielo di nuovo chiaro,
gli uccelli sereni librano le piume:
del giorno fatale il mondo ora è ignaro.

Stanco il pastore trova ristoro
godendo dell’ombra, di pace e di quiete,
mirando i fiori, gli arbusti e l’alloro,
crede che nulla superi ciò che vede.

S’illude innocente che l’eterna Natura
mostri la sua forza e la grande vittoria
donando a lui e all’uomo la selva pura,
ma di te ignora, misero, la misera storia.

Miravi straziato il tuo dolce riflesso,
pregando invano un amente amore.
Ora comprendi il peccato commesso,
portando nei cuori straziante dolore.

Sfioravi le gote rigate dal pianto,
da tutti bramate, da tutti ambite ,
che a follia condussero per il tuo vanto
prestanti giovani e fanciulle ardite.

Era chiaro il dolore, vano il pentimento,
sentivi l’angoscia, invocavi il perdono,
desideravi allora il brando cruento
con cui di sé Aminia a te fece dono.

Stupendo prodigio, fosti tanto bieco,
che ora non t’è d’uopo urlar senza sosta.
Nulla sperare dall’impietosa Eco,
l’abbandonasti e non avrai risposta.

Il fiume gorgoglia e s’affligge tutto,
il cielo cinereo geme in sé assorto,
il canto degli uccelli si veste di lutto,
par che il bosco intero ti offra conforto.

Empia meraviglia, il corpo appassisce,
si chiudono gli occhi, il sangue si ghiaccia,
la tua vanagloria si spegne e finisce,
un candido fiore resta in tua traccia.

Ma a cosa ti valse amare te solo,
tenere il cuor chiuso, beato del tuo viso?
Or solo comprendi, mentre giaci al suolo,
che Mors omnia solvit, Narciso.

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