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12 ottobre 2017   
Racconto del mistero
di BENEDETTA, FABRIZIO, LETIZIA, RICCARDO CLASSE II E

Era uno dei soliti noiosissimi giorni di lavoro che si succedevano tutti uguali ormai da mesi. Lasciai la mia auto nel desolato parcheggio antistante l’ ospedale psichiatrico e mi avviai verso il vecchio cancello di ferro battuto che, con una spinta, si aprì cigolando. Percorsi il viale infestato da erbacce e fiancheggiato da due file di cipressi ormai morti da tempo, fino a quando raggiunsi l’entrata del vecchio edificio pericolante e spoglio, con le sbarre alle finestre. Decenni fa credo fosse bianco, ora rimanevano solo pareti scrostate dal tempo e dalle intemperie. Entrando feci un cenno di saluto alle decrepite guardie armate di laser, che sostavano ai lati della porta che dava accesso al livello successivo. Oltrepassai l’ingresso e salii le fredde scale strette, un cunicolo di marmo bianco, che era l’unica alternativa al vecchio ascensore orma non più funzionante. Mentre procedevo lungo il corridoio, guardai una ad una le celle grigio piombo, allineate lungo il monotono corridoio e arrivai all’ultima, quella in cui erano rinchiusi i gemelli Victor e Anastasia Radley, due soggetti gravemente malti, psicopatici, autolesionisti e con una doppia personalità. Girai il timone della porta blindata che conduceva all’interno della cella e non appena spinsi il battente per entrare vidi ciò che non mi sarei mai aspettata. Le loro camicie di forza e le loro maschere erano riposte con cura maniacale sul pavimento. Presa dal panico cercai disperatamente un indizio, alzai la testa e sulla parete di fronte a me lessi un messaggio scritto, con quello che somigliava molto a del sangue, che diceva “dove sei tu ci siamo anche noi”. Ero terrorizzata. Chi li aveva fatti uscire? Solo io avevo la combinazione per aprire le celle di quel ramo dell’ospedale. Udii un rumore metallico e mi precipitai angosciata fuori dalla stanza. Lentamente mi guardai attorno ed un brivido mi percorse la schiena, tutte le porte delle celle erano aperte ed al loro interno non c’era anima viva. Mi precipitai giù dalle scale per avvertire le guardie all’entrata, ma le trovai a terra prive di sensi o forse della vita stessa. Non sapevo cosa fare, così cercai di contattare i medici degli altri reparti, ma non rispose nessuno. La paura mi attanagliava la gola, corsi fuori in giardino e mi trovai davanti i due gemelli. Volsi un attimo lo sguardo per cercare una via di fuga, ma appena riguardai di fronte a me, erano spariti. Mi diressi più in fretta che potei alla vicina stazione di polizia, entrai, corsi al banco e mentre stavo per aprire bocca, mi ritrovai davanti due poliziotti con le facce dei gemelli. Scappai all’esterno e tornai all’ospedale, dove, da lì, contattai un altro distretto di polizia, che mandò subito una volante sul posto. I due detective mi spiegarono che quell’ospedale era chiuso da moltissimo e quando li informai dei corpi inermi delle due guardie all’entrata, per rassicurarmi, mi accompagnarono a controllare, ma non trovammo nulla. Dai loro sguardi imbarazzati si capiva che pensassero fossi pazza, ma non lo ero, sapevo quello che avevo visto. Tornai a casa e decisi che, per scrollarmi di dosso la tensione, avrei passato la serata fuori. Mi recai al mio pub preferito, un luogo non troppo luminoso, dall’aspetto vissuto, con tavolini scheggiati, panche consunte ed un bancone chiazzato dalle macchie rotonde che avevano lasciato gli innumerevoli bicchieri che vi erano stati appoggiati sopra. L’alcool mi aveva rilassato e stavo conversando con un vecchio cliente, quando realizzai che aveva un’aria familiare. Lo guardai con più attenzione: era Victor Radley. Mi voltai a scrutare meglio la cameriera che mi aveva servito la cena ed era Anastasia Radley. In quell’istante rammentai il loro messaggio “dove ci sei tu ci siamo anche noi”. Mi irrigidii e li cercai di nuovo con lo sguardo, ma erano spariti.

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