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08 novembre 2018   
A ZACINTO
di Elena Rainone

A ZACINTO
Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque
Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.
Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Questo sonetto, scritto da Ugo Foscolo tra il 1802 e il 1803,mi ha colpito e mi ha coinvolto per il tono nostalgico e patriottico che ha saputo trasmettermi. Sono riuscita a percepire tutto il dispiacere del poeta che, durante l'esilio, sembra "parlare" con la sua Zacinto e le spiega che non potrà mai più ritornarci. L'amore per la patria è un sentimento profondo che si fa più intenso quando si è costretti per qualche ragione ad allontanarsi da essa. La tristezza e il dispiacere del poeta l'ho avvertita fino all'ultimo verso e quello che mi ha colpito di più è "o materna mia terra": la patria è una vera e propria madre e quando ci si allontana non si può che soffrire.

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