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19 febbraio 2017   
Dal Museo per voi: G. B. Beccaria – parte seconda
di Andrea Peirone e Davide Camoirano

Come promesso ritorniamo sulla vita e sui macchinari dello stimato Fisico nostro concittadino, iniziando con il succulento aneddoto riguardante la considerazione di cui egli godeva, si fa per dire, nella sua cittadina.
Il latinista piemontese Tommaso Vallauri intorno al 1861 nella novella storica “Il mago della Garzegna” scrisse a proposito del Fisico monregalese: “Giambattista Beccaria, va a villeggiare sul colle della Garzegna presso Mondovì. Quivi facendo i suoi esperimenti intorno all’elettricismo, è creduto dai contadini uno stregone, e corre pericolo di vita”. Grandinate e temporali rovinosi per il raccolto venivano imputati dai contadini ignoranti ai sortilegi di Beccaria e i più violenti tra di essi, forse sollecitati da qualcuno particolarmente ostile al fisico, giunsero a fare una spedizione punitiva alla Garzegna, assediarono la casa di Beccaria e, mentre questi riusciva fortunatamente a mettersi in salvo scappando da una porticina secondaria camuffato da contadino, sfasciarono tutto con picconi e vanghe dopo aver dato fuoco agli strumenti del “mago”.
Dopo questo curioso aneddoto, a dimostrazione del clima di tensione, non solo elettrica che circondava il fisico, descriviamo brevemente un altro strumento a lui appartenuto, che è uno dei nostri pezzi più pregiati, dal funzionamento completamente differente rispetto alla macchina elettrostatica.

-Pompa pneumatica a vuoto ad un cilindro, strumento in foto-
La macchina pneumatica conservata nel Museo si compone di un piatto, su cui poggia la campana di vetro purtroppo non originale e di un cilindro metallico contenente un pistone azionabile manualmente tramite una leva. Le due parti sono collegate dal canale di aspirazione in un tubo metallico piegato ad S che termina da un lato al centro del piatto, dall'altro alla base del cilindro; il tubo termina con un tappo a vite, posto sul bordo del piano, per il reingresso dell'aria nella campana. Le varie parti dello strumento sono assemblate grazie ad una struttura metallica.

Per capire meglio il funzionamento dello strumento del monregalese presente nel nostro Museo è bene considerare gli studi dei Fisici che lo hanno preceduto.

Otto von Guericke, Fisico tedesco del XVII secolo, mise a punto il primo esempio rudimentale di pompa pneumatica, una specie di siringa in grado di estrarre l'aria dall'interno di una sfera cava di rame e ritenne di avere creato il vuoto d’aria dentro al corpo sferico dal momento che osservò che essa vi rientrava con forza quando si apriva un apposito rubinetto. L'esperimento più noto al riguardo fu quello dei due emisferi, conosciuto meglio come “Esperimento di Magdeburgo” il cui scopo era dimostrare l'enorme pressione esercitata dall'aria dell'atmosfera su tutti i corpi contenuti in essa. Vennero accostate due mezze sfere cave perfettamente combacianti e fu creato il vuoto al loro interno per mezzo di una pompa pneumatica. Vennero legati ai due emisferi due gruppi di 8 cavalli ciascuno e, nonostante la grande forza da essi esercitata le due mezze sfere rimasero attaccate, fin quando non venne reimmessa l'aria all’interno e i due emisferi si separarono da soli, senza alcuno sforzo.
Nel 1676, Jean Picard, Astronomo francese, spostando un barometro fu il primo a notare un curioso bagliore al di sopra della colonna di mercurio. Soltanto nel 1705 i “misteriosi bagliori”, diventati noti con il nome di “fosforo mercuriale”, vennero studiati da Francis Hauksbee. Egli constatò che, dopo aver praticato il vuoto in una sfera di vetro e averne strofinato la superficie esterna con la mano, al suo interno compariva una luminosità rossastra. Osservò anche che, man mano che si inseriva aria nella sfera, la luminosità andava gradualmente affievolendosi. Come conseguenza delle sue osservazioni, Hauksbee dedusse che il mercurio non poteva essere la causa della luminosità ma era sufficiente lo strofinamento in aria rarefatta di corpi vari, come l’ambra o il vetro, con un panno di lana, per ottenere gli stessi effetti luminosi e lo strofinio nel vuoto per ottenere elettricità. Sulla base dei suoi studi Hauksbee creò un tipo di pompa pneumatica che costituì il modello per lo strumento del Beccaria descritto in precedenza.

Il ciclo sul nostro concittadino si conclude qui, nel prossimo articolo vi sarà una sorpresa che, siamo sicuri, affascinerà anche i lettori meno interessati alla materia.

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