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13 marzo 2017   
RICORDARE PER NON DIMENTICARE
di Martina V.

Martedì 7 marzo 2017 a Villa Pisani, le classi terze della scuola media di Biadene hanno incontrato due testimoni, Francesco Tromba e Bruno Carra, sopravvissuti alle atrocità compiute durante la seconda guerra mondiale nella penisola istriana e protagonisti di fatti sconvolgenti che hanno segnato la loro vita per sempre.
Il Signor Tromba ed il Signor Carra, ci hanno raccontato la loro storia nelle due ore trascorse insieme.
Bruno Carra nasce nel 1931 a Rovigno (antico territorio italiano). Gli ultimi momenti felici della sua infanzia li passò sulle spiagge delle coste istriane, fino all’8 settembre 1943 quando l’Italia firmò l’armistizio con gli Alleati e i soldati tedeschi cominciarono a fare prigionieri i soldati italiani e le persone venivano infoibate. Alla fine della guerra, nel 1945 i partigiani jugoslavi occuparono l’Istria e cominciarono a portare tutti i ragazzi a lavorare nelle miniere di carbone. Suo nonno aveva paura di una lunga dittatura e allora lo mandò a Trieste da solo a studiare, senza documenti. Arrivato al posto di blocco attuò un trucco per sorpassare le guardie che gli aveva insegnato un suo amico: aveva poche persone davanti quando uscì dalla fila e urlò ad una donna appena passata “Mamma! Aspettami!” e la seguì così nessuno gli disse niente.
Arrivato a Trieste studiò e trovò lavoro nel settore dell’edilizia. Adesso conduce una vita serena ma il dolore inciso nel suo cuore in quegli anni lo accompagna ancora oggi e lo accompagnerà per sempre.
Francesco Tromba, classe 1934, nasce a Pola (attuale Croazia). Passa un’adolescenza difficile, delineata dall’orrore della guerra.
Pola era una cittadina sotto il governo italiano, ma l’8 settembre 1943 venne occupata dall’esercito di Tito che voleva annettere l’Istria alla Jugoslavia.
La notte venivano effettuati prelevamenti casa per casa per rapire tutte le persone dichiaratesi italiane.
Il 16 settembre 1943, cinque titini armati vennero a bussare, per la seconda volta, alla porta della famiglia Tromba per prendere il padre; la prima volta non lo trovarono, ma la seconda si. Volevano rapire anche Francesco, ma la madre li supplicò di non farlo e lo lasciarono lì. La sua famiglia vide il padre per l’ultima volta varcare la soglia di casa, per poi essere infoibato.
Poco tempo dopo la moglie andò a denunciare uno dei cinque uomini che avevano portato via suo marito, ma lei venne processata (senza neanche un avvocato difensore) e messa in carcere per essere “nemica della Patria”.
Lui e le sue due sorelle vennero divisi in tre orfanotrofi differenti e Francesco ci rimase per ben otto anni; gli ultimi due anni scelse lui di rimanerci perché i preti offrivano un corso di formazione per diventare tipografo.
Negli anni seguenti si sposò e aprì un’attività di tipografia in proprio.
Con molto coraggio e un po’ di paura decise di ritornare nella sua città natale per trovare la foiba che aveva visto la morte di suo padre. Dopo più di 2 ore di ricerca, un po’ scoraggiato voleva tornare indietro, quando un suo amico la trovò. Dato che il governo non aveva concesso la realizzazione di una tomba e non si era nemmeno trovato il cadavere, presero una croce, la avvolsero con il Tricolore e la gettarono nel grande “buco nero” recitando una preghiera.
Due storie differenti, ma con in comune l’orgoglio di essere italiani e l’amicizia creata tra Bruno e Francesco, accomunati per sempre dalla tristezza e dalla paura di quegli anni.
Due anime temerarie, coraggiose e buone, due storie che non sono scritte nei libri di storia, due testimonianze da ricordare… per non dimenticare.

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