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Articolo ventuno
Articolo ventuno - il giornale web della scuola Istituto Comprensivo "F. Nullo" di Scanzorosciate (BG) diretto da Adriana Savoca
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21 marzo 2018   
Nonna MARIA racconta la sua infanzia
di  Federico Gelpi 1E Secondaria Pedrengo



Mi chiamo Maria e ho sessantanove anni.
Da quasi vent’anni vivo a Pedrengo ma la mia primissima infanzia l’ho vissuta in un piccolissimo paese della Val Seriana. La mia famiglia era composta da quattro persone: io, mio fratello di dieci anni più giovane di me, mia madre e mio padre. Insieme a noi vivevano anche i nonni paterni e sono stati proprio loro a crescermi nei primi anni di vita in quanto entrambi i genitori lavoravano all’estero (prima in Francia e poi in Svizzera). Ricordo che vedevo i miei genitori poche volte durante l’anno: a volte solo durante le ferie estive.
Ho sempre amato i miei genitori ma, poco per volta, sono diventati i nonni il mio punto di riferimento e hanno continuato ad esserlo anche quando i miei genitori, con la nascita del fratellino, sono tornati per sempre in Italia.
Ancora una volta però non ho potuto godere della loro presenza perché essi avevano deciso di avviare un’attività in proprio e, volendo comunque dare a me e a mio fratello una solida istruzione, decisero di rinchiuderci in collegio. Noi fummo costretti ad accettare: a quei tempi le decisioni assunte dai genitori non si discutevano!!!
In famiglia la persona più importante era considerato mio padre, che godeva la stima di tutti non solo in famiglia ma anche dei suoi paesani… Tutti in paese lo ricordano ancora come una persona molto seria, determinata, un lavoratore instancabile che avendo a cuore il benessere della propria famiglia, si prodigava con tutte le sue forze per conseguirlo; lo ricordano ancora anche per la sua grande generosità con chi aveva bisogno di aiuto.
In famiglia egli esigeva che noi figli non mancassimo mai di rispetto non solo a lui e alla mamma ma anche ai nonni e che non discutessimo mai un suo ordine: guai se uno di noi due osava discuterlo o trasgredirlo …!
Forse per questo sia io che mio fratello, per quanto lo amassimo, provavamo tanta soggezione di lui e a volte bastava solo una sua occhiata di disapprovazione per capire che noi stavamo facendo qualcosa di sbagliato e ritornavamo subito sui nostri passi… Anche la mia mamma era una donna piuttosto risoluta e determinata e si faceva rispettare sia in casa sia al lavoro nel gestire l’attività di famiglia.
All’interno della mia famiglia, noi non avevano incarichi particolari se non quello di studiare e conseguire delle valutazioni positive; io però, dovevo anche prendermi cura di mio fratello durante l’assenza dei miei genitori. Comunque c’era sempre la supervisione dei miei nonni paterni e spesso anche della nonna materna.
A ventuno anni mi sono sposata dopo appena pochi mesi di fidanzamento non tanto perché volessi seguire la tradizione - a quei tempi i figli convolavano a nozze presto - ma per accontentare mio padre che, avendo saputo che gli restavano pochi mesi di vita, voleva vedermi sposata prima che chiudesse gli occhi per sempre.
Ho continuato a vivere nella casa paterna anche dopo sposata non solo per rispettare la tradizione, ma soprattutto per non lasciare sola la mamma e mio fratello appena undicenne: mio padre si era spento dopo appena dieci giorni dalla celebrazione del mio matrimonio e aveva solo quarantotto anni!
Il mio non è stato un matrimonio combinato tra le famiglie come era allora consuetudine fare.
Credo di essere stata molto fortunata ad aver avuto dei genitori che hanno fatto decidere a me quale sarebbe stato il mio compagno di vita. Allora non esisteva il divorzio e anche quando tra due coniugi non si andava d’accordo, era molto raro che qualcuno decidesse di sciogliere il suo matrimonio: farlo era considerato un disonore e a subirne le conseguenze erano principalmente le donne.




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